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En fin, sono tornata a Barcellona.
Era un po' che ci pensavo, poi non si era fatto.
Ho fatto delle brutte brutte foto di cui sono un po' avvilita.
Per la prima volta non mi sono portata un libro, ché di solito rimangono nella tasca davanti della valigia a fare le orecchie e quindi ovviamente sono finita a leggere il catalogo di Muji in giapponese dalle cinque alle dieci volte al giorno.
Spiovicchiava, ma nonostante questo sono riuscita negli unici dieci minuti di sole a fare una passeggiata alla barceloneta e ustionarmi il retro collo con preciso semicerchio della maglietta. E dire che quando vedo qua al pantheon quelle grosse mozzarelle del nord europa con il segno della canotta su un fucsia 255 penso sempre ma guarda che polli ah ah, come si può.
Eh, si può.
Cretina.
Comunque.
Ho visto laura con la bambina che ora è grande.
Grande, oddio. Non fa la dichiarazione dei redditi, presumo, però è in grado di controllare l’intestino, quindi posso rivolgerle la mia attenzione.
Secondo me questa bambina di laura un poco somiglia a me quando ero piccola, allora l’ho detto a laura e lei ha detto ma sai che ci penso spesso anche io, che ti somiglia? Perché le piace molto stare da sola.
Argh.
Devo fare veramente ma veramente una bella impressione, io.
Comunque, di nuovo.
Quando vai a Barcellona secondo me si capisce perché ti viene voglia di viverci. Non è il mare, non è il bicycling, non sono gli affitti, non sono i ristoranti vegetariani, è che si vede, ineluttabilmente (dico, eh) quanto la vita sia più serena che qui. Allora io boh, son lì che ripenso che forse si dovrebbe tornare a vivere a Barcellona, per un altro po'.
Vediamo.
C’è confusione, zona retrocessione, tanto per cambiare.
Io ho questa collega che è un po' una faina e io recentemente sono rimasta molto impressionata da certe sue manovre economiche che l’hanno portata ad avere delle concessioni a dir poco incredibili da pare del capo.
E quando dico incredibili dico incredibili.
Allora io ho pensato che sono una polpetta fritta e che non otterrò mai niente e mi sono anche un po' incazzata con me stessa perché chi nasce polpetta non muore bonroll.
Oggi a collega è successa questa cosa che mi ha fatto ridere un zacco.
Visto, no, c'è questo tempo un po' così che prima piove poi no poi di nuovo sì eccetera.
[tra parentesi, che due palle: non so mai che umore essere, una fatica. Considerando una ciclotimia spinta preesistente son giorni di grandi stralunamenti emotivi, quindi damose ‘na regolata lassù, prima che faccia qualche gesto estremo di quelli che sappiamo noi (tipo chiudere il blog)]
Allora dicevamo: entriamo e c'era un tipo in riunione, tipo il direttore di souncazzo, che lei un poco lo conosceva ma non bene e allora era tutto zuppo e lei tutta giuliva dice:
- ciao! Hai preso un sacco d’acqua eh?
- ehm… veramente no… sono sudato.
Ecco, io in quel momento sono stata molto contenta di non essere lei anche se prende il doppio del mio stipendio.
Io ieri sognavo che alessio mi stava dicendo delle cose importantissime in quel modo di quando la gente ti vuole dire una cosa importantissima ci gira intorno per ore e tu pensi che madonna mia ho capito questo pezzo, dai vai avanti prima che ti faccia la muffa qui davanti.
Che poi alessio mica parla così nella realtà.
Mio babbo parla così, ma questa è un’altra storia, chissà quale, ma non ora comunque.
Insomma io sono lì che sto per capire il senso della vita e drin drin drin.
E penso alessio no eh, non è che ora mi rispondi al telefono e mi molli qui col senso della vita o -miodiodiomio- ricominci da capo.
Ma drin drin drin, sento, sempre più forte.
Allora siccome ho un’intelligenza sopra la media a un certo punto capisco che non è il telefono di alessio ma il mio.
Questo mi getta nel panico perché vuol dire che devo liberarmi seduta stante di tutta la mia sexy attrezzatura notturna, cioè tappi e -new entry- bite, ché sarà sicuro richardmeier che ha bisogno di me.
Invece, ma guarda, no: è B che, mentre la chiazza di saliva del bite si allarga sul cuscino, mi dice che c’è paolonori su radio rock (ciao, paolo)
Vabbe’, diciamo che verso le sette di sera capisce di averla fatta grossa e mi invita a cena.
Mi alzo e dedico un pensiero a quel qualcuno che trova molto molto divertente sincronizzare il mio ciclo mestruale con il giorno venerdì: ritardi o anticipi, l’importante è non farsi mai scappare un weekend. A meno che, ovviamente, non debba partire per qualunque luogo di giovedì o martedì: allora sì.
Vabbe’, imbraco manfrotto macchina e borse polimorfe sulla vespa, sapendo che le possibilità di sfracellare il tutto sono decisamente superiori a quelle che ho di ritrovare i tappi di cera tra i pertugi delle lenzuola.
Vado a fare le foto e alcune annesse inevitabili figure di merda, ma soprattutto a farmi trovare sull’orlo delle lacrime davanti al documentario dove LuigiEinaudi va a visitare il Polesine. Dovrebbero fare dei test per capire fino a che punto si può diventare frignoni in questo stato, o forse io dovrei farmi una cura ormonale per evitare che si aprano i rubinetti davanti a ogni cane orecchi bassi che passa.
Comunque la parte migliore avviene nel bagno, dove per rispetto dei palati fini ometterò dei dettagli, ma basti dire che non c’era la carta igienica, e per una signora nella mia situazione, ci siam capiti. E penso: ma porca zozza, per una volta nella vita non potrei essere una di quelle donne che non girano mai senza pochette del trucco e fazzoletti di carta, invece di avere una pletora di cucchiaini nella borsa?
Allora mentre sono con le mutande a pinguino che medito di passare nel cesso accanto a rubare l’oggetto dei miei desideri, riesco a piazzarmi una bella chiazza ketchup dietro il ginocchio dei pantaloni (poplite si chiama, mpf). Ringraziando la sempreverde divinità di cui sopra, dopo aver scartato l'opzione uno - chiudere gli occhi con concentrazione e dire undo - e la mia sempre preferita opzione due - scoppiare in lacrime - tuffo l’oltraggio nel lavandino. Esco che paio la comparsa dell’alluvione del Polesine, sperando vivamente che i simpatici militari del Quirinale non abbiano ancora voglia di intraprendere con me conversazioni sui bagni.
Questi militari devono annoiarsi parecchio, secondo me.
A studio che ve lo dico a fare, ci sono da disegnare i montanti delle librerie in scala uno a uno e, quello che più è tragico, è che non è affatto un eufemismo.
Alle ore 20.47 andrea dice che certo però che ci saranno anche tante viti… ecco, a questo punto io direi che la mia giornata mi autorizza a rispondere in maniera un filo troppo impulsiva che io no, io le viti no.
Lui mica ride, ci mancherebbe: immagino che oggi sia lì a contare le righe delle filettature.
Auguri.
Io oggi ho dormito fino all’una e sognato un camion di carta igienica.
(Auguri anche a me, credo.)
Oggi sono andata da un mio amico che è anche il mio dentista.
Questo mio amico dentista io gli sono molto affezionata e mi piace molto fare le chiacchierette con lui anche se è un po' yuppie e si compra tanti gadget della tecnologia tipo nella sala d'aspetto c'era un ipod con le casse e io ho pensato addirittura.
Questo mio amico dentista viene dal Medio Oriente e ha un nome strano, allora ci ha tutti degli attestati sulla parete con scritto il suo nome ma è scritto sempre sbagliato e a me questa cosa fa molto ridere e li rileggo tutte le volte anche lui ride ma secondo me lo fa un po' per farmi piacere perché io per esempio mi scoccio moltissimo quando mi scrivono il nome sbagliato.
Una volta alla scuola di sci mi hanno scritto il nome sbagliato su quella cosa che mettono ai bambini alla scuola di sci e io ero molto molto stizzita ma non avevo il coraggio di dirlo allora speravo che tutti capissero da soli.
Invece niente.
A me la scuola di sci mi ha sempre fatto schifo perché c’era la gara alla fine.
Comunque questo mio amico dentista quando sa che vengo io si prende un appuntamento bello largo, tipo un’ora e mezza, perché io parlo moltissimo e lui capisce bene anche se ho l’aspiratore in bocca. Siccome questa cosa mi affascina parecchio io cerco sempre di parlare anche alle altre persone tipo mentre mi lavo i denti per vedere se capiscono ma non capiscono mai.
Allora parliamo di tante cose ma il nostro argomento preferito è come funziona male il corpo umano che è fatto proprio alla cazzo.
Siamo molto negativi, io e questo mio amico dentista.
Un’altra cosa che mi piace molto di questo mio amico dentista è che ci ha una fresa per modellare i denti tridimensionali e io chiedo sempre ma potrebbe fare anche i plastici dell’architettura? lui dice di no ma secondo me invece sì.
Poi mi piace che ci abbia gli occhi verdi e secondo me un dentista dovrebbe sempre avere gli occhi belli perché quando ti ravana nella bocca tu vedi solo gli occhioni come in quelle foto che vanno molto tra noi flickrgirls.
Questo mio amico dentista ha perso quasi tutti i capelli e allora un poco gli dispiace questa situazione però quando fa vedere la foto della patente tutti gli dicono che è meglio adesso e allora non gli dispiace più così tanto, secondo me.
Parliamo spesso delle persone senza capelli, io e amico dentista.
Però di questa cosa dei senza capelli a me piace parlarne un po' con tutti, in realtà.
Insomma questo amico dentista mi ha detto che sono sempre incazzata e quindi digrigno i denti e quindi non va bene e quindi dobbiamo fare un bait, che si scrive bite, come morso.
Questo bite è tutto trasparente e sembra una caramella dura e mi piace abbastanza, però stanotte è la prima notte che devo dormirci insieme e sono un po' tesa di svegliarmi in un lago di bava o di morire soffocata. Vediamo.
La cosa che mi piace di più del bite è che lo posso sganciare con la lingua e allora io l’ho detto ad amico dentista che subito ha detto vietatissimo sganciarlo con la lingua e allora io ho pensato che tutte le cose belle della vita o sono illegali o sono immorali o fanno ingrassare o non si possono sganciare con la lingua.
Allora io non ho detto niente ma secondo me lui ha capito lo stesso.
laclauz - tu hai già votato?
nonna - Mmm, ancora no. Però sai, io questa volta… a me rutell| mica piace…
laclauz - Eh, neanche a me, però che dobbiamo fare…
nonna - Mah, quell’Alemann0, vedi io trovo che sia una persona…
laclauz - ??
nonna - Sì insomma, quel problema dell’occhio di vetro non lo fa pesare affatto…
laclauz - ???
nonna - Ha un occhio di vetro e non fa del pietismo a riguardo: io la trovo una bella cosa, rara di questi tempi…
laclauz - ????
nonna - Beh dai, si comporta proprio come se non lo avesse.
laclauz - Forse perché non lo ha?
nonna - Ma che dici!
laclauz - Nessun occhio di vetro, giuro.
nonna - Uhm. Allora forse l'ho io, l'occhio di vetro.
Nella mia palestra, oltre a marinalarosa di cui già dissi con il dovuto orgoglio, sono arrivate due partecipanti nuove.
Queste partecipanti sono due gemelle calabresi e con un bel fisico un po' cascante e la pelle butterata.
Quello che desta l’attenzione generale oltre alle facce un pochino da transessuali che tengono sono le loro enormi poppe flosce.
Allora il giovedì c’è una lezione con una ragazza simpatica molto nerboruta che oggi dice oh, mettevi tutti per bene che poi se arrivano le kessler succede un casino e non mi tiene più nessuno.
Perché queste gemelle sono parecchio scoordinate e questo vabbe' però quando lei, la gagliarda, gli fa degli appunti, loro, le maliarde, non la stanno a sentire ma nemmeno per niente. Allora lei, che è un tipo schietto, comincia a imprecare che si capisce benissimo che sta imprecando contro di loro, forse però loro non lo capiscono perché continuano a tornare tutte giulive.
Ora io non vorrei che si pensasse che in questa palestra son tutti bravi belli e coordinati perché invece non è vero niente: siamo un campionario di soggetti che la metà basta per aprire un circo. C’è bertin0tti nano, c’è uno che sembra Giacomo di aldogiovanniegiacomo, ci sono una serie di vecchiarde con le fascette in testa ma poi ci sono soprattutto dei sessantenni ossuti mezzi pelati con gli occhiali e i pantaloni corti e i calzettoni bianchi e insomma questi invece sono molto apprezzati da tutti perché sono simpatici.
Quando dico tutti chiaramente non intendo me che non rivolgo mai parola a nessuno e allora probabilmente nel loro personale circo farei la muta, il che poi fa anche abbastanza ridere considerando la mia indiscutibile logorrea.
Comunque invece sono simpatici anche a me perché mi fanno sentire molto giovane e coordinata, e poi perché effettivamente sono gentili.
Però io effettivamente io non parlo con nessuno.
Avete presente quella gente che ha gli amici della palestra? Non sono io.
Che poi proprio non ho amici nemmeno in altri settori, a dire il vero.
Comunque, quello che volevo dire è che io, siccome sono una persona malvagia, ho riso molto di queste frecciate in codice alle signorine pettorute, però dentro di me anche pensavo che ne stesse facendo alcune rivolte pure a me che non capivo e allora cercavo di spiare gli altri faccioni sudati per cogliere una sfumatura di scherno ma invece non capivo niente e allora ero un pochetto confusa, alla fine.
Ma anche un pochetto divertita.
Vabbe’, abbiamo montato le robe, sono tutti contenti, evviva.
Solo che.
Venerdì si inaugura e io non ci ho uno straccio di cappotto, ma solo la giacca verde militare, sotto cui per carità, porterò un vestito bellizzimo, ma ho come l'impressione che non saremo all'altezza, io e Vestito, se accompagnati dalla giacca militare.
E dire che se avessi avuto bisogno di un tanga scacciapensieri non averi avuto alcun problema a procurarmelo, a soli tre metri dall’ingresso.
Dico, son qui da quindici giorni, chi poteva ricordarsi allora del cappotto e della borsetta e del golfino?
(tipo, io, per esempio)
Io mi sentivo già figa che avevo preso le calze.
Cioè: una previdente, una saggia, donna in ogni occasione, padrona del mio tempo, con i salvaslip in bustina decorata nella borsetta.
Invece no.
Sono la solita cretina.
Ho un vestito senza maniche e fa un freddo becco, ho una borsa di tela e una giacca verde militare. Col cappuccio. Con un picciòlo sopra il cappuccio che paio memole.
Temo di dover prendere atto del fatto che indicare compulsivamente le calze gracchiando a destra e a manca ho le calze! me le sono ricordate! sono padrona del mio tempo eccetera possa non funzionare.
Come se non bastasse gli alti papaveri mi hanno prenotato a mia insaputa un biglietto per il teatro di chissà che cosa. Già mi vedo, guarda: una schiera di gente con le mutande inamidate e i calzini stirati che usa parole come ageminazione e oinochoe ad ogni piè sospinto e io con la mia giacca verde da i miei secondi quindici anni che cerco di passare inosservata e come minimo mi squilla il telefono durante l’assolo del coro greco nel compianto funebre di sarpedonte.
Che poi il fatto di non sapere che si va a vedere basterebbe ad agitarmi di per sé.
Sarà sicuramente una trasposizione di una piece famosissima e tutti saranno a dissertare sul dimorfismo sinottico dei nuovi artisti bielorussi, mentre io cercherò di fare la faccia intelligente che dicono mi venga uguale uguale a quella di chi ha appena inghiottito un limone.
Allora, io stolta, ho detto la cosa del cappotto mancante alla mia saggia madre, sperando in un rassicurante, chessò: "che sarà mai, l'abito non fa il monaco".
Invece hanno dovuto portarle i sali, alla notizia.
No eh, senza cappotto guarda proprio non se ne parla, tanto vale restare in albergo.
La cosa migliore che tu possa fare è fermare qualche ragazzotta locale e chiederle in prestito un cappotto, perché nessuna umiliazione sarà mai peggio di una giacca verde.
Già mi vedo, in corso rinascimento a fermare le macchine e spiegargli la storia della donna padrona del suo tempo.
Aiuto.
Oggi mattina ho distrutto la chiusura lampo dei pantaloni nuovi per la seconda volta, non a causa del mio ingente posteriore o del mio prominente addome (come si potrebbe desumere dal fatto che il capocantiere locale mi chiami “quella un po' cicciotta”) ma a causa della mia deficienza di pazienza, che volendo possiamo definire anche deficienza e basta. Ovvero io generalmente mi sfilo i pantaloni aprendo la cerniera davvero il minimo indispensabile per uscirne viva (perché mi pesa il culo, sì e allora?) solo che poi la mattina dopo al momento di rinfilarli dimentico il fattaccio e allora track. Che una volta passi, ma due è davvero da caso umano.
Oggi è venuto giù un freddo becco col vento e io un pochino sono scocciata perché c’è il sole e la primavera e insomma niente umido e nebbia e niente tutti i luoghi comuni della lombardia di cui amo riempirmi la bocca con disprezzo.
Vabbe’, ma Mantova mica è vera lombardia, Mantova è un cittadina ridente, proprio ridente nel senso che fa ridere.
Tipo oggi al circolo bocciofilo dove eravamo a mangiare c’era un distributore di quelli che infili la moneta e ti dà il giochino, solo che invece del giochino questo ti dà un tanga.
Ma soprattutto sopra la macchinetta c’è una scritta glietterata “un tanga scacciapensieri!”
Ebbe’, mi pare l’oggetto azzeccato per scacciare i pensieri di un circolo di bocciofili.
Poi a Mantova ci sono i vecchi sulle bici vecchie.
E anche i giovani, ci sono, sulle bici vecchie.
Poi ci sono per terra i ciottoli modello spiaggia greca che camminarci senza i doposci è un’impresa mica da ridere.
(e quindi qui Mantova non è ridente nel senso che fa ridere)
(oddio, scusate, davvero)
Comunque, fatto saliente, c'è la mostra che be’, spiace dirlo, ma questa volta è bella, quindi se volete venire a leggere il nome della vostra affezionatissima bianco su verde, secondo me ci sono delle attenuanti credibili.
Oggi è arrivata una squadra di trasportatori dalla toscana e io facevo questa riflessione indiscutibilmente mortificante: mi basta sentire uno che dice 'un po.hino' e ho un immediato desiderio di dargli dieci figli, nonostante questa squadra sia composta da due calvi taglia XXL, uno con la coda da fiorello straripante gel e l’unico con una condizione pilifera decente sia roscio.
Uno dice “l’ho bell e visto” quell’altro in un attacco di ira esclama “leva codeste mani!” (non a me che gli mettevo le mani addosso, mi rendo conto che è doveroso precisare, a questo punto) e a me si piegano le ginocchia.
Tant’è.
Per fortuna ci ho vicino il capocantiere che mi dice 'questi non so boni manco al forno colle patate' e quindi evito di dichiararmi, ed è decisamente un bene perché nel corso della giornata emerge che la loro arguzia è direttamente proporzionale alla loro estetica alla dannydevito.
Oggi, che rimanga tra noi, cioè tra me e il mondo intero, non mi va tanto di essere un architetto, ma nemmeno di fare le fotografie per loro, ma nemmeno niente. Oggi è uno di quei –tanti- giorni in cui mi sembra di non essere in grado di fare niente, in cui invidio quelli che aprono la porta, quelli che spellicolano la grafica, quelli che verniciano i muri e tutti quelli che non devono continuamente chiedersi se sono più o meno all’altezza del lavoro che stanno facendo.
Bon, ora se vi ho messo abbastanza depressione, io andrei a fare la doccia e a riflettere se sono in grado di farla bene, con permesso.
Premetto che io ci ho la fissa che il mio capo mi consideri particolarmente inetta, un po' perché sono paranoica e un po' perché sono effettivamente inetta.
Allora succede che tutte le volte che c’è da fare qualcosa di mia unica responsabilità io mi agito tutta e mi concentro moltissimo e dunque, ça va sans dire, fallisco rovinosamente.
Ma oggi, oggi proprio amplein: punteggio pieno.
Siamo ufficialmente in trasferta lavorativa: io, capo, svariati gruppi di stimati lavoratori e diversi metri quadri di carta.
Bene, io penso bene la notte prima di svegliarmi ogni dieci minuti terrorizzata dal non riuscire a svegliarmi e di aprire gli occhi solo quando lui mi busserà alla porta.
(cosa effettivamente successa la trasferta scorsa. Eh. Vabbe')
Alla fine presa dallo sconforto alle sette rinuncio ad ogni tentativo e mi dico vabbe' vado a fare colazione per essere superpronta.
Ma.
Oggi è lunedì, quindi i bar sono chiusi.
Ah be', che non lo sapevi? Provinciale.
Vabbe’, niente, allora aspetto un’ora sotto il portone con una fame della madonna riflettendo sull’utilità delle buste raccogli cacca e di avere un blog.
In cantiere riesco a scroccare uno yogurt a uno dei trasportatori, ma ah, a che prezzo.
Quando io spiego con un certo orgoglio da salutista del cazzo che eh io mangio i cereali la mattina, lui mi fa un sorriso molto tenero e non faccio in tempo a compiacermi del mio successo che il gentil pulzello mi chiede “hai bambini?”
Devo averle incrostate veramente male le occhiaie.
Evito la pippa mangia bambini, ma penso che fin ora decisamente mondo 2 laclauz 0.
Probabilmente il trasportatore che somiglia a Totti mi tiene sempre la porta aperta perché gli ricordo sua nonna.
Poi.
Arriva capo e dice eh ma quella roba là, allora, dicono che non l’hai mandata.
Ora.
Io SO che l’ho mandata, perché l’ho controllata quattro volte.
Però se mi dicono così vado in confusione per direttissima e comincio a pensare io non le ho fatto la proposta! O gliel’ho fatta forse? Io non dormo da settantadue ore. (lo so che è la citazione c’entra appena, ma la sensazione giuro è esattamente quella)
Telefono a studio cinque volte, mi faccio leggere la posta, mi dicono che ehy laclauz, ci hai ragione tu e io penso dio mio adesso viene una di quelle situazioni che l’hai detto no non l’ho detto l’hai detto no non l’ho detto (massì, dai, era qui)
Vabbe’ niente, finisce che sì, loro si erano sbagliati ma io intanto perdo due lustri di vita (utili per produrre bebé, ovviamente)
Poi.
Faccio un fotomontaggio bellissimo e rapidissimo ma appena capo mi si siede vicino vo in confusione e lo sovrascrivo su uno esistente, poi gli modifico l’estensione e non lo legge più. Sembro mr.bean, ma che dico mr.bean, renatopozzetto, ma che dico renatopozzetto, non lo so, sembro uno di quei film dove tu sai che al protagonista sta per capitare un’altra sfiga ma lui non lo sa e allora ti sale un terribile senso di angoscia (a voi no?)
Poi.
Apro l’hard disk portato da studio su cui dovevo salvare le robe e non le vedo.
Voglio piangere.
Perché di nuovo io queste cose io SO che le ho fatte e allora ma allora ma che succede?
(Succede che la cartella è in fondo a destra fuori dalla allegra finestrella, cretina)
Il problema è che penso subito che si sono mangiati tutto i folletti gli elfi i troll, quelli lì.
Io ho il terrore delle entità magiche.
Poi.
A cena mi limito a far cadere una stampa del ristorante di cui riesco solo a spaccare il vetro.
Ad assistere alla mia gloriosa perfòrmance solo una trentina di clienti e, che te lo dico a fare, capo.
Ma la migliore la tengo fuori dal B&B.
Dico - ci vediamo domani eh.
Dice - ok, vado a comprare l’acqua, buonanotte.
Ciao ciao buonanotte e ravano con nocuranza nella borsa un metroquadro alla ricerca della chiave.
Cerco la chiave.
Cerco la chiave.
Cerco la chiave.
- ?
- Ehm, non trovo la chiave.
- Vabbe’ ma ho anche io quella di sotto.
Due piani di scale ravanando in cerca della chiave.
- ?
Eh.
Vuoto la borsa per terra saltano fuori un cucchiaino, dei tappi per gli orecchi, ansiolitici a pioggia e altri oggetti che avrei volentieri occultato alla vista di capo ma anche dei passanti vari ed eventuali.
Poi la chiave.
E qui mi chiedo se forse tutto sommato sarebbe stato meglio se davvero avessi perso la chiave piuttosto che queste figure da psicopatica paranoica che magari al cinema ti possono anche fare la simpatia ma non sono proprio i requisiti essenziali per ottenere un lavoro.
No, comunque, guarda, per quell’aumento, proprio ci siamo, eh.
1. entusiasmanti risvolti di un sabato pomeriggio.
- come perdere le chiavi della vespa, convincersi che le avrò chiuse nella vespa stessa e scoprire che invece, ma guarda un po', non è vero, quindi passare buona parte della serata a disseppellire gli anfratti dell’armadio per trovare un tessera segretissima con dei codici che possono salvare il pianeta e farmi una copia della chiave sacra, ma prima di trovarla imbattermi in una serie di buone cose di pessimo gusto accumulate in vent’anni di onorato servizio alla demenza e allora ah, guarda, un ricamo a piccolo punto non finito (giuro), toh, una smemoranda (tempo perso a riguardo: omissis, per decenza) ma pensa tu, i giallini con gli scoppi di Barcellona (ah beh, mi sembra giusto tenerle sotto il manuale della vespa, il posto loro, proprio) ohhh, le collanine, guarda guarda, una molletta e così via fino a notte fonda. Però ho trovato il codice sgtrssm. Vediamo se salvo il pianeta, una buona volta.
- dire vabbe’ allora per consolarmi vado a comprare un inutile accessorio per la macchina fotografica. Vado e chiedo a una signorina di taglia forte un filtro a infrarossi, mentre lei ravana nel cassettone delle meraviglie io sono tutta affaccendata a elaborare una complicata equazione tra il brillante al naso e le competenze di tecnica fotografica della signorina. Quindi, forte della mia cosa di paglia, pago senza guardare, però poi vedo che ci è scritto sopra filtro UV e allora dico signorina io non vorrei sembrare che le dico che non sta facendo bene il suo lavoro perché è grassa ma non è che mi ha dato il filtro sbagliato? Oh, già. Oh, allora? Allora niente, le ho dato questo perché quello a infrarossi non so cos’è. Ah. Uhm. Allora? Allora chiediamo al collega che è anche lui sovrappeso ma non ci ha il brillante al naso. No no, i filtri non ce li abbiamo, adesso puoi scegliere qualcos’altro del valore di dieci euri nel negozio.
Allora siccome in un negozio di fotografia a dieci euri ci sono solo i cd e io quattro cd a dieci euri non li voglio, mi sono un poco innervosita e ho commesso un’azione vergognosa che non scriverò qui per paura che mi trovi la polizia. Ciao ciao polizia.
(mi viene il dubbio di avere fatto un filo confusione con tempi e persone dei verbi, ma siccome io ci ho l’idiosincrasia per il correggere, quella che infiniti lutti inflisse a tutti i miei datori di lavoro, facciamo che resta così e voi cercate di farvene una ragione, puristi dei miei stivali)
2. angolo dell’arte.
Mostra fotografica al MAXXI, sempre gratis, questa volta figa, andate e vedetene tutti.
Gita intellettuale alla fondazione Burri di città di castello, molto pregevole ma un po' fuori mano.
A Perugia fa un freddo becco ma detto tra noi pure qui a studio non scherza.
3. angolo della moda
Dovrei comprarmi un paio di pantaloni (attenzione, signorina laclauz, ho detto pantaloni, non ginz e non tuta) ma ci sono in giro delle cose così brutte che non ci ho punto voglia e vado avanti con quelli consumati al sedere come il fuochista. Conoscete dei negozi degni della mia approvazione? Grazie.
(sono sicura che volevo dire anche delle altre cose, se possibile, ancora più interessanti)
(no, ma bel post, eh, veramente)
come si suol dire,
fatto trenta,
famo trentuno.
Eh.
(NB. dessa, io ti amo)
Mi hanno intervistato.
No, dico.
A un certo punto l'intervistatore ha avuto l'arguzia di dire "sei diventata rossa!" il che ovviamente oltre a farmi sentire un'idiota totale, mi ha fatto diventare ancora più rossa, il che a sua volta mi ha fatto sentire un'idiota più che totale e dunque ancora più rossa e via dicendo senza soluzione di continuità.
Per definire in una parola il mio stato confusionale basti dire che un certo altro punto ho tirato in ballo casavianello.
Altro che CartierBresson.
Eh.
Vabbe', ora scusate, ma vado a rifarmi le tette e a preparare la valigia per l'isola dei famosi.
Rieccoci.
So che sto sprecando tutte le mie chances di inserire del melodramma nella mia blogvita, ma almeno vertigoz smetterà di fare la lagna che gli ho rovinato la blogvita.
Comunque.
Mi hanno di nuovo, inspiegabilmente, chiesto di fare delle fotografie e di pagarmi per questo, il che, a parte farmi sudare copiosamente la schiena, genera in me un vortice di pensieri esistenziali di disgustosa banalità, con il risultato unico che mi lagno e mangio rittlesport alternativamente ma anche contemporaneamente.
Il caso vuole che io debba fotografare degli autobus, o meglio la grafica degli autobus e che questi autobus non si sa quali siano, quindi che io mi debba appostare a mo’ di paparazzo a tutte le fermate degli autobus di mia conoscenza.
Dunque un ridente sabato mattina mi piazzo a Torre Argentina e mentre passo le quattro ore seguenti a farmi guardare con sospetto –fondato- da tutti gli astanti, imparo a distinguere la pubblicità di lipton da quella di come scaricare dalle tasse lo sport dei figliuoli dal solo muso dell’autobus a un centinaio di metri.
Son soddisfazioni, per carità, solo che un pochino, ma giusto un pochino, comincio a innervosirmi visto che oltre a una trentina di autobus normali sono a 3 davidmayer con figone, 5 nokia con uomo ragno, 5 upim con bellezza del donare ma ancora niente del mio sospirato obiettivo.
Poi sono davanti a Feltrinelli e siccome, che resti tra noi, io ho duecento e dico duecento punti sulla carta Feltrinelli il che equivale a sessanta e dico sessanta euri di sconto, c’è questa tentazione irresistibile di fare dietro front, mollare gli autobus istoriati al loro destino e varcare trionfante la soglia.
Feltrinelli dove, sempre che resti tra noi, c’è tra l’altro una occulta toilette di cui inizio a sentire il bisogno.
Per fare fronte alla lacerante dicotomia comincio a brontolare sommessamente, quel simpatico show tra le mie due personalità, che se siete molto sbronzi può anche essere divertente, ma il sabato mattina per strada genera solo un certo ribrezzo nei passanti.
Più passa il tempo e più io sono tentata di scegliere l’opzione C, la mia preferita di sempre, l’intramontabile evergreen: sedermi per terra e mettermi a piangere.
Poi però miracolosamente, dopo l’ultimo relax(i) tax(i), arriva anche Lui.
Se nonché, non si ferma.
Allora scomodando tutte le divinità di mia conoscenza, io comincio a trottare, inquadrando scorci di calzini e lampioni, alternativamente - nel mentre ho anche il tempo di fare questo pensiero degno se non di eddie almeno di junior: sto facendo uno scatto scattando, che poesia - però i semafori son tutti verdi e io continuo a correre in modo assolutamente irrispettoso della vita in mezzo a corso vittorio gridando –lo giuro- "fermati!" il che fa capire agli avventori delle fermate di largo argentina che avevano motivi fondati per guardarmi con sospetto.
Mentre torno indietro sempre più desiderosa di accendere l’opzione C, ne passa un altro.
Stessa scena.
Non so se ho più voglia di piangere o di bestemmiare.
Sono veramente veramente afflitta, sono le quattro ed è praticamente buio.
Mi sento come se avessi vinto la lotteria e avessi buttato il vaso con tutti biglietti giù dal balcone, coadiuvata o meno da un piccione.
Dunque, disgustata dalla mia inefficienza, decido di tirarmi su andando a tagliarmi i capelli e farmi mettere il terzo bollino sulla super carta fedeltà.
(la mia vita dipende dalle tessere punti, ho come il sospetto)
Ovviamente arrivo in uno stato di prostrazione assoluto che mai dovrebbe sussistere al cospetto di umani armati di forbici o peggio, come nel mio caso, di macchinette elettriche.
Eh.
Io dico praticamente fate di me quel che volete, tanto sono una merda e non merito di vivere, loro asseriscono e con malcelata gioia mi infliggono tutti i trattamenti esistenti nonché tentano di vendermi uno sciampo del valore di venti euro.
Io sono troppo afflitta per combattere per le mie chiome, ma cazzo, lo sciampo antirughe no.
Esco che sono tipo giano bifronte, con heidi per la parte davanti e uno spinone per la parte dietro, con enorme soddisfazione della aiuto sciampista creativa e la tentazione sempre più forte di darmi all’opzione C.
En fin vo a casa tutta mogia mogia e come ultima spiaggia scelgo di tirarmi su con un metodo infallibile: tingere le robe in lavatrice. Ci ho giusto giusto questi pantaloni del pigiama macchiati di varichina che non vedono l’ora di diventare neri. Taglio le vaschette, le poggio con cura, metto il sale, 60°, programma normale e penso che insomma almeno qualcosa di buono oggi ho fatto.
Lo penso però fino alle 2.05 am, quando tiro fuori dalla lavatrice un cencio molliccio che scopro essere la maglietta del pigiama invece dei pantaloni.
Mi sembra evidente che per qualche motivo che sinceramente mi sfugge, qualcuno nei cieli desidera che io mi dedichi all’opzione C.
Vado a letto senza più fare rigorosamente niente, per evitare di dare fuoco alla casa cercando di scaldare la camomilla o trinciarmi l'aorta con le pagine di Feltrinelli.
Dopo le celebri vicissitudini di ipod finito sotto una smart, venghino venghino siorre e siorri, abbiamo oggi per voi: ipod fuso.
Devo al più presto pubblicare un pamphlet “metodi originali per distruggere un ipod” e diventare miliardaria.
Nel frattempo, in anteprima per voi.
La colpa è della pioggia, questa volta.
Piove -> la giacca si bagna -> la metto sul termosifone.
Chi era acquattato nella tasca della giacca e per sua natura ingabbiato in un estruso di alluminio altrimenti detto "ottimo conduttore di calore"?
Ecco.
Interessante la fusione, non c’è che dire: artistica.
Fortunatamente - e direi pure “conoscendomi”- , avevo conservato tutti i pezzi del precedente investito e quindi ho potuto passare una allegra notte a fare il piccolo meccanico nerd e a rimettere insieme i pezzi fusi complementari a quelli investiti.
Son soddisfazioni, anche se ora si sente in mono, ma non è male, eh, è come se li bitols fossero nella stanza accanto e avessero il mixer del microfono che non funziona.
Mica da tutti, dico.
Stesso giorno stessa ora, anche qui per non essere da meno delle bizzarre calamità precedenti, ho perso il telefono.
Perché se il libercolo suddetto non funzionasse, io, donna dalle mille sfighe risorse posso sempre provare con “contesti creativi per perdere un telefono”.
Ora, a parte il fatto che il cachet di aldo giovanni e giacomo viene interamente rimunerato dalle mie sim riattivate, perdere il telefono, via: capita a tutti, come sei banale babe.
Già, ma a me capita in contesti giusto un filo paradossali, tipo, per fare un esempio, dico, l’unico giorno l’anno che supercapo reduce da una transoceanica è a una riunione con i miei disegni che non ha mai visto o che organizzo una cena o che il giorno dopo è festa intercontinentale. O, sempre per esempio, tutte queste cose insieme in dodici ore.
Comunque, tanto per la cronaca: i vostri numeri di telefono non li ho più e ho di nuovo il telefono che non squilla ma che in cambio mi dà attacchi di isteria grazie al suo ingegnoso software.
En fin, mi chiedo quanto il fatto che io oggi abbia un sonno omicida sia da mettere in relazione con il fatto che ieri ho bevuto dosi decisamente eccessive della bottiglia -attenzione- numerata di amarone.
Concludiamo dicendo che oggi non c’è un cristiano uno che lavori e credo sia pleonastico aggiungere che ho voglia di uccidere qualcuno.
Volontari?
L’insegnate palestra nuova (IPN, nostalgia nostalgia canaglia) ci ha questo problema che:
1. indossa indumenti attillati di fibre sintetiche.
2. suda come un cammello.
3. insiste nell’abbracciare i convenuti alla sua lezione.
Questi tre punti vanno collegati insieme per capire l’alto livello di molestia della situazione e giungere al punto successivo, dove si evince che questa cosa dell’abbraccio non avviene a inizio lezione quando il punto due è sviluppato solo in parte nelle sue potenzialità, ma durante tutta la lezione ogni scusa è buona per aderirti addosso madido e mefitico.
Sì, insomma, palpare, toccare, tastare ad una distanza assolutamente limitata.
Allora, vagamente accigliata, ho chiesto alla mia vicina - ma questo fa sempre così?
(Risolino) - sì, ma non ti preoccupare tanto lui è… (occhiolino)
Ora quello che mi chiedo è: come manifestare il mio disagio ad essere toccata da estranei grondanti e fetidi senza essere tacciata di discriminazione?
Poi.
Sto vedendo le case.
Nove su dieci ho voglia di mettermi a piangere appena aprono il portone.
Mi trattengo solo perché sarei troppo in imbarazzo se poi mi chiedessero che cosa non mi piace (concetto già esplicato qui).
L’ultimo mi ha detto che beh, sì, è vero che l’unica fonte di illuminazione è un ballatoio nel cortile interno, ma abbiamo messo uno scorrevole vetrato che se tieni aperta la porta di casa hai quasi l’illusione di stare sulla terra.
Ecco.
Poi le telefonate, eh, che ridere, ahah.
Tipo quella del delizioso settanta metri quadri.
- eh, noi non vogliamo far perdere tempo a nessuno quindi le dico prima che è un seminterrato.
(e perché non scriverlo allora? Ci avete l’autoricarica?)
- Ah.
- Sì ma è luminosissimo.
- Luminosissimo???
- beh, luminosissimo quanto può esserlo un seminterrato.
(e un cervello)
Tipo quella del superattico cinquantacinque metri quadri.
- eh, noi non vogliamo far perdere tempo a nessuno quindi le dico prima che è un lavatoio con i soffitti due metri e trenta.
(e perché non scriverlo allora? Ci avete l’autoricarica?)
- ma è abitabile?
- beh… uhm... qualcuno ci vive.
(tipo i topi?)
Domani devo andare a vedere una casa sulla ferrovia e non mi hanno neanche detto "molto silenziosa", quindi presumibilmente è una locomotiva.
Che gioia.
Venerdì, interno giorno.
[Grazie a questo episodio scoprirò otto ore a seguire di essermi dimenticata, nell’ordine: lo spazzolino, il benagol e il correttore per il brufolo più tenace del creato, il quale che ha deciso di soggiornare sotto il mio occhio destro da svariate settimane.
Uno dei miei pensieri ciclici è: riuscirò una volta e dico una nella mia vita a partire senza essermi dimenticata niente e dico niente? (Risposta ciclica: no)]
Io cerco di pigiare in fondo allo zaino inutili mutande e magliette per fare spazio a utili oggetti nerd e nel frattempo vengo importunata dalla mia molesta genitrice riguardo alla situazione cinofila di casa.
- ah senti, io ho parlato col babbo ma lui non ne vuole sapere di un altro cane.
- ma noi tutti sappiamo che la necessità di un cane cresce esponenzialmente dopo i cinquanta, fino a diventare bisogno primario a sessanta.
- sì ma guarda, ha detto che lui mai più
- vabbe’ ma aspetta un po’
- no no, guarda non ne vuol mica sapere
- ovvia, abbi pazienza, mica dovete prenderlo oggi.
- uhm, è vero, già.
Ecco, io però ora prendo il mio treno, ciao ciao.
Tempo di scendere dal treno, drin drin.
- Mamma.
- eh.
Dalla voce io penso sia trapassato uno dei “parenti lìlì”, che ci sono sempre in ogni nucleo familiare che si rispetti.
- niente, siamo qui col babbo che c’è un cane
- come un cane?!
- eh… è che non so
- ma dico, non eri tanto preoccupata che non lo volesse più, il cane?
- no, vabbe’ invece. Però questo cane è brutto.
- brutto?
- eh, brutto. Allora non sappiamo che fare.
- ma come fa un cane ad essere brutto, dico io (mentendo perché mi viene subito in mente il cane di giovanna, che era un incrocio tra una pantegana e uno scopino del cesso. Usato.)
- …
- è buono almeno?
- sì sì, buono. Ma vedessi come è brutto.
- proprio brutto?
- mah, cioè… non proprio brutto, solo un po’… un po’… brutto.
Che ve lo dico a fare, il cane brutto ha trionfalmente varcato la soglia di casa, dove gode ovviamente di privilegi di molto superiori di quelli che riguardano la sottoscritta.
Per la cronaca, non è mica brutto, è solo che è un po’… un po’… brutto.
Io, ignara, scrivevo qui sotto:
è decisamente finita la mia striminzita settimana di mare, sono di nuovo a mollo nei decreti antincendio, mi conto le lentiggini nuove sul naso e guardo con disappunto la mia sudatissima abbronzatura fuggire per lo scarico della doccia.
A parte questo, nessuna novità.
Ma invece, priority update: non è vero che non era successo niente.
Nel mentre che lillalilla scrivevo "nessuna novità", a diverse centinaia di metri, uno dei gatti mi vomitava sul portatile.
Ora, a parte l'effluvio bocconcini di trota frullati a bile, bolo e pelo che adesso emana il suddetto portatile, il problema è: quale gatto sarà stato?
Perché, allora.
Se è stata camilla lo ha fatto sicuramente e unicamente per manifestare tutto il suo disappunto non aver ricevuto la considerazione minima standard, che è più o meno quella che richiede un neonato nella prima settimana di vita.
Come minimo si è messa due dita in gola: è il tipo.
Se invece è stato gatto due, invece, mmm, è capace che stava lì perché gli piace il calduccio del processore, che questo gatto qui la sua recondita aspirazione è rosolare nel forno, io credo, ché altrimenti non mi spiego come possa sopravvivere, manifestando anche una discreta soddisfazione, con un termosifone sotto e il sole incocciante sopra. Forse cerca di suicidarsi per autocombustione, penso adesso.
Però sembra contento.
Forse è masochista.
Oh, insomma: mi crogiuolo nel dubbio senza sapere a chi indirizzare le mie astute vendette.
Ma soprattutto: come spiegare il pasticciaccio brutto alla sony mantenendo un briciolo di dignità?
C’era questa cosa qui che si sposava dott. T, che poi sarebbe anche amico dentista.
E c’era, eccome se c’era.
Ora questa cosa qui dei matrimoni a me, eh, ci siamo capiti, un po' come il capodanno, diciamo, e ho detto tutto.
Però qui, invece.
Qui c’era il lago, c’ero io che facevo la fotografa ufficiale che poi è anche un espediente utilissimo per riuscire a non farsi mai fotografare, c’era B con la cravatta più bella di tutte che trovare delle cravatte belle mica è facile, eh, c’eravamo io alessio e ciccio nel bagno che ci pisciavamo dal ridere, c’erano i confetti al cioccolato bianco e cocco che cos’era la vita prima, mi chiedo, c’era il nugolo che faceva il bagno nel lago la notte e io col golfino, c’era alessio ubriachissimo che saltava sulle cugine fighe (occultate saggiamente per anni da dott.T), c’era la cinquecento rossa che s’inerpicava per stradine sterrate, c’era ciccio che restava a dormire da me come mille anni fa e come mille anni fa si finiva la serata in sonno-coma parlando di vizi e virtù dei fidanzati comparati, c’era anche qualche nota stonata e un gran caldo, perché vabbe', ma mica è finto, eh.
Comunque.
Ho rimediato un insulto della solita fatta da uno sconosciuto, il quale, dopo diversi minuti in cui stavo dolentemente spiegando come sia umiliante, dopo aver passato anni a sentirsi chiedere in che classe sei, dover constatare che ora tutti mi danno l’età che ci ho, ha annuito soddisfatto: beh, in effetti sì, dimostri proprio l’età che ci hai.
Che ora, occhei, ma non è che proprio devono spalmartici la faccia dentro, no?
A seguire il babbo di anna mi ha detto sua sponte che hai fatto ai capelli? Dimostri dieci anni di meno, nonostante io fossi al momento inequivocabilmente il clone secondo della pecora dolly, a dimostrare come l’evoluzione umana sia in continua regressione, regressione che a sua volta ha avuto un’accelerazione da manuale nei commensali presenti al mio tavolo.
Ad ogni modo, per le prossime cinque e dico cinque settimane devo evitare di farmi venire paturnie dentali.
Quelle mentali invece sono sempre bene accette, quando quelle ordinarie si sentono sole invitano nuove simpatizzanti per cianciare tutte insieme degli eventuali sviluppi catastrofici in tutti gli universi paralleli possibili e non lasciare, sia mai, nessuno scenario drammatico inevaso.
Per esempio stasera ladyanna diceva che a casa sua son venuti i ladri, sicché ovviamente son qui che mi aspetto da un momento all’altro che dalla finestra aperta mi compaia il faccione maligno di un malvagio malvivente.
(il fatto che mi siano sgorgati questi tre mal consecutivi, sicuro cela una freudiana reticenza ad affrontare i problemi, mascherata da una posticcia parvenza elegante di figura retorica)
Speriamo almeno non si senta in dovere di rettificare la pertinenza della mia età anagrafica.
Vado a letto tutta incazzata e siccome fa pure un signor caldo, apro la finestra.
Segue che mi sveglio alle cinque e quarantadue causa tenue luce mattutina e dunque ho come l’impressione di essere altrettanto incazzata et cum interessi.
Digrigno i denti e odio tutti per diverse dozzine di minuti, poi dico vabbe’, faccio colazione.
Solo che non c’è il latte.
Ora, sul latte vige una singolare normativa nella magione occupata dalla mia famiglia: se il latte lo compro io puntualmente stesso giorno e stessa ora, sincronizzati scontrini alla mano, lo comprano anche il babbo e la mamma. Se il latte non lo compro io, nessuno compra il latte che tanto lo bevo solo io.
Quindi o tre litri di latte o niente latte.
(non mi parlate per cortesia di latte a lunga conservazione, che già sono incazzata, per cortesia dico)
Oggi niente latte.
Le bestemmie continuano a moltiplicarsi nella mia testa.
Torno a letto, gatto due mi cigola addosso che ci ha il calo di zuccheri antimeridiano: versare croccantini da scatola A a ciotola B. Gatto due viene a strusciarsi per riconoscenza di ordinanza, ma poi evidentemente il mio digrignamento di denti lo infastidisce e mi molla a rantolare nel letto.
E intanto penso uh come sono incazzata e questo pensiero fomenta la mia incazzatura.
E intanto sono le sei e mezza di riffe e di raffe e quindi mi infilo un succinto abitino da mare di dubbia qualità sopra il pigiamino di snoopy (se ci avete problemi coi pigiami di snoopy, non è il momento adatto per dirlo, io vi avverto) gli occhiali da sole sopra i segni del cuscino e vado alla ricerca del latte.
Permesso che io non uso gli occhiali da sole manco quando scio e quindi non vedo una tega e sono un poco scocciata dalla cosa, entro in un bar a formulare la mia incresciosa richiesta di aiuto.
Tutti gli onesti frequentatori di un bar alle sei e mezzo di mattina si girano e mi guardano con grande grande disapprovazione. Ho il vago sospetto di avere i capelli come riccardococciante. Vago.
Il barista fa una faccia tipo io questa mica la conosco, ignoriamola tutti che magari evapora magicamente, serve centoventitre caffè in ogni salsa immaginabile e poi va a vedere se c’è sto cazzo di latte.
Esce dal frigo e mi fa “solo 22”
Ora è vero che io vengo dalla situazione sonno di cui sopra e che sto pensando solo a come nucelarizzare il mondo, però mi sembra lo stesso crudele la sua sibillinità.
Io capisco che ha solo 22 litri di latte.
Faccio la faccia adeguata a tale informazione.
Poi ho un’illuminazione e dico “scade il 22?”
Lui mi guarda come io guardo gatto due quando cigola davanti alla porta per mezz’ora e quando gli apro poi non esce.
Mi dileguo senza dire niente, ammutolita dall’umiliazione.
Mi trascino cinquecento metri più là, altro bar, altri uomini disgustati, mi infilo nel frigo prendo mezzo litro parzialmente scremato mentre lacrime di riconoscenza si incanalano nei segni del cuscino. Vengo subito punita con un resto tutto in monetine da un centesimo.
Torno a casa, mastico i sudati cereali leggendo gli utili consigli per rimanere in forma (con un po' di spezie l'aria è un cibo delizioso!!! corredato da molti punti esclamativi e foto di anoressiche) mi scambio un paio di sguardi di desolazione col cane e torno a rantolare nel letto.
Rantolo per altre due ore finché arrivo qui dove mi aspetta la traduzione dall’italiano all’italiano di un plico di trenta centimetri farcito di robe tipo “contestuale risposta sinergica”, che ditemi voi se è un lavoro da architetto (ma da essere umano, anche).
C’è da aggiungere che non ho ancora fatto i conti con gli autobus e quella seccante tendenza che ho a perdere i treni, quindi ancora ci sarà da ridere, oh quanto ci sarà da ridere.
Punto uno. Dopo Barcellona, sono immune alle levate antelucane. Ieri mi sono svegliata alle 6.38 bella serena, il che non vuol dire che non mi sia preso un collasso verso le tre (vedi punto quattro) e che non abbia gli occhi da ippopotamo ubriaco oggi, però mi sono riuscita ad addormentare senza tante paturnie pur sapendo della gogna mattutina. Son grossi, grossi progressi. (questa cacofonia è una figura retorica, scommettiamo?)
Punto due. Ieri ho scoperto, in una botta sola, che il mio capo gentile, quello capelluto ed educato (c’è sempre una relazione tra le due cose, chiaro) possiede una BMW station wagon (una giardinetta, mamma) una BMW moto, una Nikon D200 ma soprattutto il telepass, per me il vero segno del lusso sfrenato.
Questo mi ha dato da riflettere sul fatto che forse gli architetti non se la passano così male proprio tutta tutta la vita.
E anche su quello che dovrei chiedere un aumento, e di corsa.
Punto tre. C’è di nuovo il mio nome su un cartellone di una mostra, io in verità vi dico: ogni volta è come la prima volta. Comunque ancora non sono arrivata ai livelli della mamma, che pur essendo persona assai morigerata e distinta, non resiste mai alla tentazione di mostrare in pubblico l’angolino del catalogo di Burri dove albergano nome e cognome della sottoscritta.
Punto quattro. La mostra è a Villa Adriana, e io vi sconsiglio vivamente di andarla a vedere: sono solo delle metapippe sulle pettinature di una tiza che se la faceva con, ma non mi dire, Adriano. Villa Adriana è un gran bel posto, comunque, e soprattutto dietro c’è un bosco di ulivi che mi ha consentito verso le tre, quando proprio sentivo la testa che mi ciondolava oltre i livelli di guardia, di fare un pisolino indisturbata, tra la silente quiete olivastra (roba forte, eh?). Nessuno si è accorto della mia assenza, il che dovrebbe farmi riflettere. O forse erano tutti ognuno sotto un ulivo a fare lo stesso. In ogni caso, esperienza gradevole.
Punto cinque. Fare l’architetto, quando si arriva a questa parte, non è così male. L’architetto è colui il quale è legittimato a fracassare le palle altrui. Quindi è autorizzato a dire a squadre di gente varia, che personalmente mi incute una discreta deferenza, tipo i trasportatori e gli elettricisti: "un po' più a destra un po' più a sinistra, no, di nuovo, salda questa roba, sposta quell’altra" e nessuno può imbruttirgli. Dico: il suo lavoro è proprio spaccare i maroni in giro, quindi poche storie: è il lavoro per cui io sono tagliata, devo continuare a inghiottire F24 e star buona, specie riconsiderando il punto due.
Tipo oggi è il compleanno della mia mamma.
E chissenefrega.
E infatti, chissenefrega, però.
Questo caso del compleanno fa sì che io nel dopolavoro ieri abbia scarrozzato la nonna per la città a cercare cose, e dunque abbia perso del tempo.
Poi mi sono chiusa il pollice nella porta blindata e dunque sotto l’acqua del rubinetto lavandino ho perso del tempo. (In realtà molto tempo, visto che io tra gli alti lai invoco: babbo, mi porti del ghiaccio? Lui si presenta dopo un quarto d’ora con una coppetta di vetro con adagiati 21 cubetti simmetricamente disposti. Io babbo ti voglio tanto bene, e voglio bene anche alla simmetria, sia mai, ma hai presente il concetto di putrefazione? Ecco)
Poi ci avevo voglia di fare questa foto e ero scoglionata per via del pollice e allora ho perso dell’altro tempo per fare la foto.
Poi ho telefonato a ciccio che ci ha cose ma non ho perso tempo perché ciccio è sempre molto stringata.
Poi mi ha telefonato vertigoz il querulo per lamentarsi delle sue sfighe ammorose e ho perso parecchio tempo perché vertigoz essere stringati non è la sua specialità. (le sfighe ammorose invece, quelle, la sua specialità)
Poi ho cenato e trastullato bestie coabitanti bipedi e quadrupedi.
Vabbe’ insomma, per farla breve, dovevo lavarmi i capelli ma era mostruosamente tardi, e allora ho detto vabbe’ domani li lego e bon.
Solo che mi ero scordata, dopo anni di assuefazione a questa disgustosa abitudine, che ora ci ho i capelli corti e quindi malgrado mi venga un microcoda (non definibile in altro modo che deliziosa, lo dico, eh) la maggior parte dei capelli sbuffa di fuori irrimediabilmente.
Dico vabbe’, chissenefrega. (questo è un richiamo circolare all’inizio del post, occhio)
Ma mentre sono lì tutta presa dalle mie capoccette etrusche, la segretaria Silvana (nome di fantasia, s’intende) (persona squisita, per altro) mi passa accanto tutta seria e chiede:
- ma ci hai il gel nei capelli? –
Se un giorno vi venisse in mente di non andare a fare il biglietto del treno alle oneste macchinette della stazione come normalmente siete usi, ma di recarvi in una agenzia di viaggi colorata di arancione, custodita unicamente da una signorina di capacità intellettive vagamente inferiori a un acquaio, ecco, quel giorno lì, mettiamo un venerdì, per caso, se vi venisse in mente di chiedere un biglietto di andata per le sei e già che ci siamo anche uno di ritorno per domenica sera, ecco quel giorno lì, io vi consiglio di specificare bene bene che il treno su cui gradireste posare il vostro beneamato posteriore è quello delle 20.53.
Badate bene di non dire otto e cinquatatré, attenzione, perché le signorine che lavorano in luoghi arancione potrebbero capire che il vostro desiderio sia di svegliarvi alle sei e mezzo e correre in stazione per arrivare a roma in tempo in tempo per sentire la fine di uno mattina, e poi potrebbero chiudervi il tutto in una elegante bustina con sopra una figliuola con tatuato valtur sulle chiappe.
Bene, allora in questo caso specifico, vi si consiglia di non pensare che sarebbe scortese scostumare la figliuola e controllare gli orari, no no no: vi si consiglia di guardare bene e leggere con cura i numeretti.
Ora, forse non tutti sanno che dopo che il treno è partito, col biglietto puoi incartarci le meches della signorina fluttuante nel color arancione, mapperò poi puoi fare venti minuti di fila, comprare un altro biglietto per il treno delle venti –cristosanto VENTI- e cinquantatré per la stessa, ma davvero modica, eh, cifra del precedente biglietto e poi salire su un treno in cui il controllore passa senza guardare dicendo biglietti già visti vero.
Domani è lunedì e la rete del mio -e solo del mio- pc di studio è inspiegabilmente morta.
Ne prendo due, grazie.
Setting: esterno giorno, di fronte a un’edicola
io - però dai, vai tu
lui - io??? no, io no.
io - guarda, io proprio non ce la faccio.
lui - dai, sono cose che capitano, lui sarà abituato.
io - tipo se poi pensa…
lui - ma sai che gli frega a lui!
io - e se passa qualcuno e mi vede?
lui - ma chi ti vede, dai!
io - e se ci guarda con quella faccia mista a schifo e compassione? Allora io lascio tutto e scappo, te lo dico.
lui - compra anche il manifesto, chessò...
io - dici che così non guarda?
lui - beh, proprio non guardare è difficile...
io - senti, io non ce la faccio, vai tu.
lui - e vabbe'. Poi non dire che non ti voglio bene, eh.
“ce l’ha la cartolina coi due papi?”
[alla base di questa storia c’è un commercialista (che non ho mai visto), perché come insegna spiderman, c’è sempre un commercialista alla base di tutte le storie. Spero vivamente di potermi scaricare l’iva alla voce compenso nonna del commercialista. Nel drammatico giorno della scadenza della prima rata trimestrale, che dio abbia in gloria i commercialisti, un po' meno le loro nonne]
Dice, che fai laclauz.
Allora, che faccio.
Rompo le palle, prima di tutto, ad ogni essere appartenente al mondo vegetale e animale esistente sul pianeta.
Secondariamente finanzio trenitalia, presumibilmente per la realizzazione di una rete ferroviaria che faccia centodiciotto volte il giro della terra passando per saturno.
Terziariamente (ah ah. Scusate, davvero) lavoro, il che ci riporta automaticamente al punto uno.
Il mio lavoro consiste nell’allineare vasellame etrusco su inutili supporti.
Etrusco, no dico: etrusco.
Che se c’è un popolo che a me mi è sempre stato sul culo, son gli etruschi con quei loro vasetti del cazzo.
Che almeno i |