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Evidentemente dio ha letto il mio post e ha pensato che questa storia del telefono, aggiunta al fatto che mi devo alzare alle sette e mezzo, era troppo.
E quindi, udite udite: la signora francese che dovrebbe vivere sotto ma in realtà vive in francia è passata di qui, ha raccolto il gremilin e è rifuggita in bretagna, e lui, l’idolo delle masse, mi ha guardato allegro dicendo "è domenica, sono le unidici che sì fa?" Ebbene sì: reduce dal suo balzo di tre metri, il mio telefono che non suona è ancora pimpante come i bambini di taiwan lo hanno fatto.
Poi dio deve aver pensato che qui in magnificenza si stava esagerando, e quindi ha sostituito la mia lezione di palestra con una partita di pallacanestro insieme a sessantenni calvi con la treccia e i pantaloncini corti. Al di là della gradevolezza intrinseca di questo sport, e di praticarlo insieme a una cricca anziani sudati, mi sembravano tutti uguali e dunque passavo sempre la palla al vecchio sbagliato, accollandomi le ire di tutta la compagine.
Ma non finisce mica qui.
La, come dire, “competizione”, si è svolta nella sala presente in tutte le palestre del mondo, quella che non si capisce come si chiama, perché in realtà è l’anagramma di “circo”. Su questa sala affacciano platea e galleria: può assistere sia dal piano terra chi è appena arrivato e deve tirarsi su, sia dal piano primo chi sta facendo pesi e ha l’autostima bassa, sia dal piano terzo chi fa cyclette e vuole vedere gente che sta peggio.
Ovviamente di solito mi guardo bene dal frequentarla, se non che questa volta ho ingenuamente chiesto a una tipa dov’è la sala fgdt e lei mi ha spalancato le porte del luogo del ludibrio con sadismo compiaciuto.
E così sono entrata giusto in tempo per sentire che stavano spiegando in catalano mediovale che era il momento del corso avanzato di rubabandiera.
L’avvincente match, invece, è stato una sorpresa.
La casa nasconde insidie pericolose, il lavoro domestico può avere degli esiti fatali, questa è la realtà.
Mi accingo con diligente premura a stendere le lenzuola, con nella tasca il telefono perché, come tutti sappiamo, il mio telefono da circa sei mesi non è più in grado di emettere suoni, ma solo discreti br br. Siccome tutti mi tacciano di malvagità e snobbismo perché non rispondo, ormai anche in bagno io mi reco appaiata con il mefistofelico dispositivo.
Comunque, dicevamo: chiaro il quadro? Me ne sto lì alla finestra con nella destra la scatola delle mollette, nella sinistra il cesto delle robe, elegante come la statua della libertà, romanticamente coadiuvata dallo sfolgorio lunare e da 40 wat dentro la stanza.
Mentre sto per intonare “la bella lavanderina”, il mio telefono pensa bene di tuffarsi nel cortiletto condominiale, con un prodigioso guizzo da circa tre metri.
Per i misteri della fisica, l’audio “crash!”, come i fumetti nel telefilm batman, arriva dopo un po’.
Il dannato utensile giace, omnis diviso in partes tres, all'interno di un patio 1.5x6m privo di accessi.
Ora.
La mia reazione a questi eventi improvvisi e funesti è sempre la stessa da diversi anni: chiudo gli occhi forte e dico “undo”.
Perché sono un tipo fiducioso, io.
Vabbene, vabbene, per fortuna, io dico, abbiamo la furba coinquilina russa.
La informo del mio misfatto, lei accorre, si sporge e mi rincuora con una rassicurazione tipica del suo idioma natale: “che tonta”.
Ma non è finita qui, perché l’elettronica è uno strumento del demonio.
Vengo mesta al pc, con una considerevole tentazione di darmi al pianto, e skype mi avvisa festante: “c’è un nuovo utente che desidera parlare con te!”
Matteo scrive: facciamo due chiacchiere?
(Massì dai, facciamo due chiacchiere, sfigato del mio cuore, via, ridiamoci su.)
laclauz scrive: guarda, il mio unico telefono si è appena frullato da tre metri e ora giace smembrato in tre parti in un patio inaccessibile
Matteo scrive: sei m o f?
(Eh? Ma dico, la sensibilità non è più di moda? E poi cosa minchia vuole sapere? materiale o fenomenologica? misantropa o farisaica? mentecatta o frollata?)
laclauz scrive: Minchiona e frullaminchia, tana per me.
Matteo scrive: da dove dgt?
(No, tutto sommato credo di non poter sopportare anche tutto ciò, stasera.)
laclauz scrive: senti, io avrei un imminente desiderio di strozzati, niente in contrario?
Matteo scrive: bè... avrei giusto un paio di cose...
laclauz scrive: da fare, dici? allora scusami ma sono alla ricerca di gente un po' più disponibile. Ciao, eh.
Cerco disperatamente il pulsante blocca, prometto di non parlare mai più con sconosciuti e vado a dare la buona notte al cadaverino sezionato, maledendo frattanto i cortili condominiali, la domenica, i lavori di casa a e i lavori in generale.
Ricapitolando: non ho più un telefono fino a data da destinarsi, quindi se non vi rispondo a messaggi e telefonate non è perché sono malvagia, ma perché sono stupida.
Cordoglio, vi prego.
Nota sul ghost post. venerdì sera avevamo un post, ma ora non c’è più primo perché dovete essere vigili anche nel weekend, secondo perché ho osato sfidare iddio dicendo che ero stata fortunata e egli me l'ha fatta pagare, dimostrandomi che esiste e mi odia.
(quella cosa delle matite per giocare, eh dico, speriamo)
Nella cama doble lassù, si dorme troppo bene.
E quando dico troppo, voglio dire proprio troppo.
Ovvero continuo a svegliarmi a delle ore immonde, e poi mi fa culo scendere e quindi me sto lì abbozzolata nel piumino facendo disgustosi pensieri melensi su quell'uomo molto stupido che dormirà con me e mi dirà che sono molto figa anche appena sveglia. Perché lo sono, è un dato di fatto, a parte il dettaglio occhi morfinomane, che comunque nel semibuio non si nota.
E poi che accade, qui.
Accade che le giornate mica lo so dove vanno a finire, il tempo è liquidissimo.
Accade che ieri per la prima volta ha piovuto, però non era una pioggia appiccicosa e deprimente come a Roma, era una da “tanto abbiamo il cappuccio e il grasso sulle scarpe”.
Accade che ieri sono andata al cinema, vedere la pelicula nuova di Almodovar e penelope cruz mi ricorda troppo la reme, perché, fidatevi, è uguale. Il film non so, ero troppo concentrata a vedere se capivo abbastanza, son sempre quelle sue storie grottesche ma tristi ma vattelapesca. E sì, capivo abbastanza.
Accade che sono andata a una mostra di fotografie di Barcellona e una foto mi ha fatto venire i lucciconi. E comunque secondo me bisognerebbe sempre andare alle mostre di foto delle città perché magari qualcuno ti ha fotografato e tu non lo sai. (sì l’ho buttata in caciare, e allora?)
Accade che oggi dovevo fare un mucchio di cose ma coinquilina violinista mi ha invitato al suo concerto alle cinque e allora niente, abbiamo scherzato: niente lavatrice, niente cinque verbi irregolari da imparare a memoria, niente disegni per gab, niente compitino di spagnolo. Perché a volte le giornate prendono la piega che vogliono loro ed è come controstirare un colletto stirato male (e forse sto indulgendo troppo in metafore da casalinga, già)
A questo punto potrei elegantemente giustificarmi dicendo che non capita mica tutti i giorni che la tua coinquilina suoni handel all’opera, ma invece non è vero niente, perché se la tua coinquilina ha il posto fisso nell’orchestra, capita ben tutti i giorni, oh yea.
Lo so eh, che, invece di bullarmi dei lavori altrui, dovrei trovarne uno io.
...
Ma andate un po' affanculo, va'.
Il ciccio si arrabbia tantissimo quando si dice questa cosa, ma tant’è: io spero sempre di non essere mai riconosciuta come italiana, quando sono all’estero.
Perché gli italiani estero li riconosci subito, e solo loro.
Perché buttano la roba per terra, parlano a voce altissima, cercano di fregare sui soldi e comprano souvenir disgustosi.
E poi i vestiti, dio buono.
Le ragazze sono immancabilmente addobbate con accessori luccicanti fucsia o argentati, zainetti clonati, capelli piastrati e jeans sdruciti ma adorni di brillanti o ricami o altre finezze.
I ragazzi, nove su dieci in età prescolare a prescindere dalla loro età, col cappello a visiera e le felpe con scritte geniali tipo de puta madre, si comprano la maglietta di ronaldino.
Da qualche parte ancora spunta il marsupio, meglio se fluorescente e firmato.
Immancabili gli occhiali da sole e i “giubbini” magari col pelo.
Roba che solo la parola “giubbino” fa orrore.
Ambo i sessi sfoggiano con orgoglio delle marziane scarpe argentate coi trampolini, o, se è possibile peggio, delle cose che vorrebbero rientrare nella categoria scarpe da ginnastica ma sono talmente disgustosamente accessoriate che proprio non gliela possono fa'.
Per non parlare delle famiglie italiane all’estero. Di solito mamma babbo due figli maschi e grassi con le tute lucide, inzeppati con senso del dovere nei musei, con videocamera ultimo modello che si fotografano con tutti i quadri, magari pure imitando la posa o abbracciando le statue con il buon gusto che si può immaginare.
E comunque sono tantissimi, davvero tantissimi.
A questo punto il ciccio dice che tutti i popoli hanno i loro di difetti, (solo secondo i luoghi comuni eh, per carità!) e io dico che sì, è vero, ma perché “si parla italiano” è scritto solo nei negozi con fuori le magliette fosforescenti e dentro le madonne porcellana bordata oro?
Le mie somatizzazioni escogitano itinerari inediti e bizzarri, quindi per motivi oscuri alla scienza mi è venuta una tendinite. Come da copione quando non ci capiscono una ceppa ti dicono che sei stressato e ti rifilano le pilloline omeopatiche, che con quei contenitori azzurri da portamine, secondo me non hanno credibilità alcuna. Pertanto, ricapitolando, oltre agli occhi da morfinomane ora sono anche cionca.
E’ inutile aggiungere che la gente per strada mi guarda con sospetto.
Probabilmente anche vaio sta somatizzando la trasferta in modo eccentrico, perché ha cominciato ad incasinarsi con l’audio e nessuno capisce cos’ha essendo così giovane. Ho cercato di spiegargli che essendo un portatile, non può farsi venire le nostalgie da viaggio, ma ora gli passo un po’ di arnica montana e vediamo un po’.
Confesso che al terzo magnaccia ero un po’ avvilita, ma sempre per quella storia del bisognino di cui sotto, continuo le mie telefonate. Finisco in una casetta dietro il suppostone di jean nouvel, dove vivono in quattro in 50mq e per scegliere il coinquilino hanno un complicatissimo sistema di assegnazione di stelle reciproca, organizzato ovviamente dal ragazzo tedesco. Quando mi dicono questa è la stanza di gesus sto per obbiettare che, anche se molto praticanti, forse non è il caso di tenere una stanza solo per le preghiere, ma fortunatamente il mio spagnolo non me lo consente, così quando poi mi chiedono di farmi una foto per gesus, capisco che, ma allora mi vene in mente quello del grande lebowski e comincio a ridere. Sono abbastanza in imbarazzo perché a mio avviso loro sono ancora nella categoria caritas, ma dare meno due stelle pare brutto soprattutto visto che loro me ne hanno date un sacco perché ridevo sempre (per il motivo del lebowski di cui sopra) quindi dico due e fuggo. Ridendo.
Poi zoppicon zoppiconi arrivo a calle de carmen. Già questa di per sé è una notizia, perché calle de carmen è una traversa de las ramblas, e insomma, altro che muy centrica, è praticamente il centro stesso, l’ombelico del mondo eccetera. Chiaramente un piccolo inghippo numerico fa sempre folklore, che noi mai dobbiamo annoiarci, quindi il numero datomi era 1517 e io l’ho interpretato millecinquecentodiciassette e sono arrivata in fondo alla strada claudicando e smadonnando fino all’ultimo 132, poi, mentre arrancavo per la calle al contrario mugugnando guaiti stizziti, mi è apparso un portone con due numeri: 15 - 17. Salgo senza fare menzione della lacuna della lingua inglese nell’esprimere le migliaia.
Mi aprono un perrito scodinzolante e due belle ragazzone robuste, e io già per questo le amo subito. Poi viene fuori che sono russe, che parlano circa duecentodiciassette lingue, hanno vissuto in tutto il mondo, una suona il violino in un’orchestra e l’altra fa la webdesigner, ma le amo lo stesso perché ridono (gesus?) e la casa è davvero bonita. Il perrito (che ha un oscuro nome russo che ho fatto finta di capire ma sai com’è) tenta allegramente di possedermi in ogni dove.
Insomma, com’è come non è, I’m the winner.
Ebbene sì, ho sbaragliato la concorrenza.
Mi sento molto fiera, anche se secondo me il merito va tutto al perrito innamorato.
Quindi ora detengo cama doble, ventana, armario, connessione flat e il mio nome scritto sul calendario in cucina.
Il letto sul soppalco è abbastanza allucinante perché ovviamente appena salgo mi ricordo che dovevo prendere una cosa sotto, ma mi farò un gran bel culo con tutto questo su e giù dalla scala.
E il tutto alla faccia degli psicologi stitici.
Evviva.
Com’è come non è, in due giorni sono riuscita a vedere cinque case, comprare un abbonamento per la metropolitana, uno spray per il naso, una carta spagnola per il celluloide e ora me ne sto qui come quel trans di sex and the city con il vaio sulle ginocchia. In realtà ho un’ansia che potrei definire solo materna per quello che potrebbe succedergli, al vaio, se va troppo lento o se gracchia o se scopro che è malato, e per questo io lo so che non ce la potrò mai fare a fare un figlio.
Ho una cosa strana agli occhi, tipo un’allergia, secondo me una somatizzazione bella e buona da psicopatica, insomma fatto sta che mi ha costretto all’immediato acquisto di gafas da sol di tendenza per la modica cifra di 5.80 euri.
Muy trendy.
Comunque.
Tengo que buscar una fottutissima habitacion, dunque telefono a tutta birra a chicas y chicos.
Come abbia fatto a comunicare con codesti individui, mi pare tuttora parecchio misterioso.
Casa uno, muy centrica, questo sì. Però. Ecco. Come dire che siccome ho un bel viso, anche se sono priva di gambe e braccia siete tenuti a considerarmi una gnocca lo stesso. Il tipo, che dovrebbe fare il fotografo e invece è sovrappeso e spiacevole (i fotografi sono esseri emaciati e fascinosi, si sa), blatera scrivendo cifre sibilline su un foglio mentre io penso a una scusa carina per sfancularlo. Non mi viene, allora dico la verità e mi sfancula lui. Mi sento molto un genio, quasi all’altezza dei tanto decantati uomini che si fanno lasciare per fare sentire te una merda.
Casa dos, muy in culandia. In questa strada ci sono solo tre grattacieli, che avrebbero a loro tempo avuto decisamente bisogno di un architetto, e il civico che mi è stato dato è 57. Solo che i tre non sono numerati. Secondo me solo una persona malvagia può darti l’indirizzo e non avvertirti di questa piccola sciocchezzuola. Chiamo. La cortesissima creatura invece di dirmi oh sì scusa scendo, mi sbraccio da un balcone o cose così, si fa richiamare per altre cinque volte finché non decifro edifico e piano. E vabbe’, magari è in mutande o c’ha la tinta in testa. Sul pianerottolo ci sono dieci e dico dieci porte. Che viene in mente per caso alla magnanima creatura di aprire e farsi vedere? No, perché fosse mai che potesse rimanermi qualche centesimo nel telefono. Giuro che ho pensato, in sequenza, di mandarle un messaggio con un lapidario vaffanculo, ma col punto, o per rimanere più nella tradizione italiana, di urlare oscenità di ogni risma sul pianerottolo e poi fuggire.
Ma come dice la mamma, il bisognino fa trottar la vecchia, e siccome ‘sto diavolo di habitacion mi serve, suono. La ridente coppia mi apre: lui pare lello arena sotto tavor, lei la matrigna di Biancaneve con occhiali. Nessuno dei due ha alcuna tinta in testa. Lei pare che abbia ingoiato un limone e sicuro nasconde da qualche parte una bacchetta di acciaio, sottile ma flessibile, con cui percuotere chi lascia i bicchieri in giro. Lui ha le mani in tasca, e questo avvalora la mia tesi. E poi viene fuori che sono psicologi. No, dico: psicologi. Poi dici perché non puoi credere nella psicoterapia. Però la stanza ha un armadio e una finestra, e udite udite, un bagno. Praticamene un miracolo.
Casa tres, medio centrica. Alla faccia della psicologa stronza, mi viene a prendere alla metro un quarantenne ispanico filippino che si rivelerà poi trasportatore (di cosa non specificato: traete pure le vostre conclusioni) che mi conduce alla suddetta casa, dove dovremmo dimorare io lui suo fratello e un bagno cucina di circa 1mq. Quando espongo le mie perplessità sulla condivisione degli spazi, mi fa notare che siccome c’è la tenda nella doccia, è possibile anche stare in due nel bagno. Non so come spiegargli che forse anche no, perché a differenza di tutte le persone conosciute fin ora, è simpatico. Farfuglio che in caso gli faccio sapere, e lo lascio lì mogio mogio che si guarda ventana y cama doble chiedendosi cosa ha sbagliato.
Casa cuatro, muy centrica, ma abitata da sette e dico sette fanciulli in piena crisi ormonale. Quindi playstation, fumo, calzini sporchi in grande quantità e tutto quello che si può immaginare nello stereotipo doc, c’è. Diciamo pure che la pulizia della casa dei sette nani non ha nulla a che invidiare alla pulizia della casa dei sette catalani (catalNANI? Sì, guarda, mi vengono così, eh), e siccome io con quella sfascia palle di Biancaneve vanto una smaccata somiglianza, me ne vorrei tirare fuori prima di finire a lavargli le mutande.
Casa cinco, talmente in culandia che casa dos si può ora definire centrica. La strada non è nemmeno sulla mappa, per dire. E poi. Viene a prendermi un magnaccia con tre denti calzini bianchi mocassini, di quelli che quando li vedi per strada sei felice di non averci nulla a che fare. E invece io c’ho a che fare un pezzo di strada insieme e a che vedere un letale appartamento orno di trine muffe e cagnolini di porcellana, con stipati dentro malcapitati da tutti e cinque i continenti. Il magnaccia non mi molla, vuole essere richiamato e sapere perché non mi metto subito a saltare di gioia sul piano di vetro brunito con le gambe fiorite. Che, in effetti, lo meriterebbe.
Quindi, dopo 24 ore credo che gli psicologi agrumi abbiano vinto, soprattutto grazie al loro bagno e all’ikea delle meraviglie, ma vista la loro simpatia non escludo che mi sfanculino all’ultimo.
Son brividi, eh?
con un piede ancora in terra e l'altro già nel mare
(riguardo quella roba del bordello americano, francamente, spero mi vada un po' meglio)
12.00 Sveglia. Ho più lexotan che sangue, in circolo.
12.05 Accendo il telefono (sì, dormo col telefono spento perché sono una stronza egoista, punto) e br br “ci vediamo alle 12.30 per casa di giancarlo?” grazie della precisazione gab, perché guarda, pensavo che ci dovessimo vedere per andarci a sposare, ma fortunatamente hai fugato ogni mio dubbio.
12.06 Occhei, occhei, ce la faccio, non sono disel io. Mi svegliavo alle 8.15 per essere in classe alle 8.30, ho un certo allenamento in queste cose. Va da sé che il lato estetico deve essere un po’ sacrificato.
12.07 Drammatico confronto con lo specchio, che mi rimanda gli occhi watermelon classici del post attacco d’ansia + lexotan. Ma ce la faccio, eh. Lavasciuga, denti, coda: sembro mio zio.
12.20 Metto a stampare i disegni, vestizione con pensieri ruminanti sul fatto che dovrò necessariamente riacquistare sembianze umane per uscire stasera. dio dio dio dove è il golf. Dietro l’acquaio, sì, giusto.
12.30 Vespa, centro, viglili, sampietrini, cavalletto, Feltrinelli. Gab non c’è. Comincio a girare con una certa apprensione per quello che potrebbe succedere: mi impongo di non guardare i libri. Allora medito di comprarmi, in rapida sequenza: un blocco a righe, un oggetto che serve per pulire il mouse, i ricambi per un agenda ad anelli che non ho, un libro per imparare a dipinger con renoir, della carta da regalo, una cuffia con microfono.
12.35 Aspetto. Ah, dei cd a 9 euri, avviciniamoci. Ah, elisa, laura pausini e ligabue, allontaniamoci.
12.40 Aspetto. Mi siedo al bar. L’arne jacobsen è una bella sedia da bar. Anche io la disegno sempre quando faccio i bar.
12.45 Aspetto. Disegno. Br br: “arrivo”
12.50 Aspetto. Si siede accanto a me un ragazzo. Disegna. E aspetta.
12.55 Aspetto. Minchia, come sono contenta di non avere accento calabrese. (nemmeno romano se è per questo, deh)
13.00 Aspetto. Gab comincia a starmi un po’ sul culo.
13.15 Aspetto. br br “amica, dove sei?” “davanti al bar, tu?” “Anche io” Siete ben pronti a una scenetta è dietro la colonna ci vediamo tutti e due col telefono in mano? Ma nemmeno per niente. “Gab, largo di torre argentina?” “no, avevamo detto a piazza colonna” Minchia. No, è che quando tu hai in mente un posto e pensi quello poi ti fissi che è quello e non pensi che, ecco, allora poi… Mi sento un merda.
13.17 Esco. Un omino colorato mi dice ciao bella, e insomma lo vorrei un po’ sposare, stamattina.
13.20 Vespa again. Piazza colonna. Io odio Feltrinelli a piazza colonna. Ha una grafica disgustosa, è tutto nero e non ha finestre, cioè ha delle finestre che danno su un dentro e quindi non sono finestre vere. Segue accesa discussione sui migliori Feltrinelli di Roma. (per me il più funzionale è piazza della repubblica, il più bello torre argentina)
13.35 Gab ride e sorride. Ha fatto tardi perché il suo amico ha voluto sedersi su tutti i cessi del negozio per verificare di avere abbastanza spazio per cagare e pisciare insieme. (dico ma… insieme? Mah, uomini.)
13.40 Scarabocchi, cartongesso, profili a L, controsoffitti, lavandini e soppalchi: siamo intimamente consapevoli che non vedremo mai soldi abbastanza da ripagarci i pranzi al bar.
15.00 Si va. Niente pat pat, niente incoraggiamenti, niente pacche sulle spalle: come psicologo, diciamocelo, Gab fa davvero cagare. Mi consiglia di leggere la pelle fredda, che è scritto in catalano, eh beh.
15.05 Decido che il proibizionismo libri è finito, compro sedaris e fisher, i velvet underground di andy warhol e una ridicola maglietta con winnie the pooh che dice che la cosa che preferisce fare è niente. Mi sento molto in colpa. Cerco di pensare che ieri ho avuto una giornata orribile e che non ho comprato l'oggetto pulisci mouse eccetera. Funziona così così.
15.25 Vado alla cassa e scopro che non posso usare i miei 110 punti accumulati perché fino a oggi ero a 93. Resisto alla allettante tentazione di dire a quest'uomo cosa penso del mondo che ci circonda.
15.30 Esco. Dal negozio di destra proviene uno stomachevole odore di sapone profumato, che proustianamente mi riporta a quella traversa di via frattina dove vendono sapone e tutta la strada è appestata da una puzza chimica infernale. Il sapone dovrebbe avere odore di sapone, non di loffa di sapone, diamine. Mi sale una leggera nausea.
15.32 C'è quasi il sole. Vedo un bellissimo poster "the godfather" e penso di comprarlo a uqc, poi penso che uqc non mi ha fatto alcun regalo di compleanno e quindi si fottesse.
15.40 Passo davanti declerq a via dei prefetti e penso che da quando so dell'esistenza di questo negozio, io sento l'intimo bisogno di possedere una cravatta. Penso che posso regalare altre due cravatte a B, poi penso che anche se ho ventinove anni, l'età giusta per un conto in rosso, forse è più saggio comprare il portatile.
Ho promesso a Gab di disegnare questa roba di oggi, ho promesso a me di non pensare a quella roba di ieri.
Fine.
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